La Monade Geroglifica: la rappresentazione dell’Assoluto

Prefazione

L’intento del presente studio, ha come obiettivo quello di gettare un po’ di luce su un personaggio molto discusso e controverso : John Dee, il quale dedicò la maggior parte della sua vita all’Occultismo, alla Divinazione e alla Filosofia Ermetica. All’età di 15 anni si trasferì a Cambridge per frequentare il St John’s College. Terminati gli studi con il suo baccalaureato nel 1546, fu nominato Membro del Trinity College.

La Regina Elisabetta I lo nominò Cancelliere della Cattedrale di San Paul a Londra, e successivamente sovrintendente del Christ College di Manchester, date le sue elevatissime competenze. Oltre a chiarire la figura di questo enigmatico studioso di esoterismo, il presente studio si propone di approfondire al contempo una delle sue intuizioni più straordinarie che si esprimono in un sintetico simbolo, ad oggi poco conosciuto ma che offre ancora interessanti occasioni di approfondimento e spunti in chiave esoterica da decriptare: la Monade Geroglifica, perfetta sintesi di un Sapere Universale.

La presente ricerca, (lungi da volere essere considerata un esempio di esaustività), propone semplicemente un embrionale approfondimento, al fine di donare per chi lo volesse, uno stimolo in più su cui poter lavorare, esaminando una delle più interessanti “chiavi simboliche dell’Assoluto”.

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John Dee (1527-1608) in un ritratto all’età di 77 anni. (XVI secolo), Artista ignoto, Ashmolean Museum

John Dee, il Filosofo e lo Scienziato

Filosofo e Scienziato dell’Inghilterra elisabettiana, John Dee (1527-1608) è noto come l’autore della Monade Geroglifica (Antwerp 1564) che rappresenta “l’esito più maturo dei suoi studi sulle scienze occulte e sulla tradizione dell’ermetismo” (1). Dee si configura come uno dei più grandi protagonisti della scena culturale dell’Inghilterra del Rinascimento, in quanto è l’Astrologo di Corte, il Mathematicus, come si diceva allora, della Regina Elisabetta.

Egli fu un intellettuale al sevizio della Corona, laureato a Cambridge nel 1548, ma fu anche uno Scienziato che giocò un ruolo molto importante presso la Corte inglese. Dee impiegò utilmente le sue conoscenze nel campo dell’Astronomia, della Cartografia, della Tecnica della Navigazione e di tutte le Arti Meccaniche, da lui applicate e anche al Teatro per ottenere effetti scenografici di grande suggestione e tali da incantare la Regina, i cortigiani e il pubblico del tempo.

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Henry Gillard Glindoni, (1852- 1913) John Dee performing an experiment before
Queen Elizabeth, Dipinto ad olio, (Cm 267,3 × 164,7 ), London, Wellcome Library.

Numerosi incarichi ufficiali lo condurranno spesso lontano da Londra e saranno l’occasione per vivere le esperienze più interessanti e per conoscere uomini di potere e di cultura che saranno determinanti per la sua vita e la sua formazione. Dee incontra sovrani e potentati di tutt’Europa, come Massimiliano d’Asburgo, a cui sarà dedicata la Monade Geroglifica, oggetto del presente studio e l’imperatore Rodolfo II che si lascerà avvicinare da Dee perché appassionato di Alchimia e di tradizioni esoteriche. Molti sono gli aristocratici inglesi ed europei che stringono con lui saldi legami di amicizia, condividendone gli interessi culturali, e ad essi si aggiungono pensatori, scienziati e maghi che godono di una grande reputazione nella società intellettuale dell’Europa moderna Dee avvicina e conosce Pietro Ramo, Girolamo Cardano, Jean Bodin, l’orientalista Guillaume Postel, il geografo Oronce Finé e il famoso cartografo Gerard Mercator (Gerardo Mercatore) che, come è noto, aveva tracciato una nuova mappa del mondo dopo la scoperta geografica delle Americhe.

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Ritratto di Gerardo Mercatore. “Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura ”, 1595, incisione su rame di Frans Hogenberg.

Buona parte degli studiosi sono concordi nel ritenere che gli studi esoterici siano un interesse fondamentale che coinvolge e impegna John Dee per più di quarant’anni insieme alle sue ricerche di Matematica, Astronomia, Alchimia, Ottica, Balistica, tecnica della Navigazione, Scenotecnica, ecc. In tal modo l’autore della Monade fa convivere in sé due diverse anime, quella dello scienziato e quella del filosofo ermetico. È molto noto l’influsso che esercitò su diverse opere di W. Shakespeare e in genere sui “romances” (si pensi ad esempio al personaggio di Prospero).

Si può dire che egli amò circondarsi di una straordinaria aria di mistero che assolutamente e coscientemente incrementò circondandosi di personaggi con i quali condivise i suoi interessi, a cominciare dal suo assistente che, a partire del 1582, divenne suo partner inseparabile e che rispondeva al nome di Edward Talbot (alias Edward Kelley).

Edward Kelley (o Edward Kelly o Edward Talbot) (1o agosto 1555 – 1o novembre 1597) è stato un alchimista, glottoteta e medium inglese. Operò con John Dee nei suoi esperimenti di magia. Oltre alla sua presunta abilità nell’evocare spiriti o angeli in una sfera di cristallo, qualità che John Dee teneva in gran conto, Kelley sosteneva anche di possedere il segreto della trasmutazione dei metalli vili in oro.

In John Dee convivono quindi due anime che si armonizzano nell’insieme unitario della sua scienza, creando così un’immagine di lui come sapiente “universale” e come uomo in possesso di una conoscenza che si estende oltre i limiti della cultura ufficiale.

Nell’ultimo scorcio del secolo però gli interessi esoterici operativi di John Dee sembrano prendere il sopravvento su ogni altra forma di conoscenza speculativa e lo scienziato e uomo di buon senso sembra trasformarsi in un visionario che coltiva l’illusione di colloquiare con creature spirituali, e celesti, parlando il loro linguaggio: l’Enochiano, attraverso il Sigillum Dei Ameth.

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Sigillum Dei Ameth

 

L’Enochiano è conosciuto come il “linguaggio degli Angeli”. Prende il suo nome da Enoch, personaggio biblico cui si attribuisce la capacità di parlare con gli Angeli. La lingua è rappresentata da 49 chiavi e 1000 distinte parole oltre a numerosi nomi di angeli. La lingua serviva ad invocare gli angeli ed a comunicare con loro. L’alfabeto enochiano è scritto da destra a sinistra ed è composto da 21 lettere, così come l’alfabeto italiano, piuttosto che da 24 come quello latino o da 22 come l’ebraico. Questo permette di dividere le lettere in 3 gruppi di 7, ed in realtà sappiamo che le lettere enochiane furono rivelate a Kelly in 3 gruppi di 7. Questi 3 gruppi, collegabili con le 3 Lettere Madri ebraiche o con il concetto di trinità, rappresentano le 3 famiglie denominate di “Pn”, di “Tal” e di “Pal”. Seguono poi le 7 Luci che governano i 12 Nomi di Dio che, a loro volta, governano i 99 Spiriti Geografici derivati dalla Grande Tavola delle Torri di Guardia. I caratteridell’Alfabeto enochiano sono usati nella pratica del Sistema Enochiano, sia attraverso l’uso delle Tavolette denominate Torri di Guardia che, come linguaggio, nelle cosiddette chiamate Enochiane. La Lingua Enochiana è stata oggetto di numerosi studi ed ha dimostrato di essere un vero linguaggio, tuttavia non risulta sia mai stata parlata o che tali caratteri siano mai stati usati dagli uomini, al di fuori dei nostri usi. Sebbene sembri non sia mai stata usata come lingua viva, la nostra Tradizione afferma che è una lingua segreta. Tracce di questa lingua sono state trovate ovunque. Un esempio è dato dal nome del Sommo Sacerdote di Giove, che era chiamato “Dialis”, un termine dalla provenienza e dal significato ignoto. Tuttavia sulla Tavoletta della Terra uno dei Tre Nomi Santi e Segreti di Dio è proprio “Dial”. Anche la parola sancrita UM o OM è la radice per “intelligenza”, nella Seconda Chiamata Enochiana abbiamo infatti le parole “omax” ed “oma” intese come “comprensione”. Resta da dire che il metodo con cui questo linguaggio fu trasmesso a John Dee ed Edward Kelly rende impossibile pensare ad una qualsiasi frode. Durante la dettatura non venivano mai nominate le lettere ma piuttosto solo le griglie entro le quali le lettere erano contenute, es. colonna 3 – riga 42, e Dee provvedeva a trascrivere.

Di fondamentale importanza per l’opera di Magia Teurgica fu Il cosiddetto “Sigillum Dei” (Sigillo di Dio) o “Signum Dei vivi” (Segno del Dio vivente), conosciuto anche come “Sigillo di Ameth” (o Aemeth) che è un diagramma magico, sviluppato in età medievale, che permetteva al suo possessore di avere potere su tutte le creature eccetto gli Arcangeli, ovvero permettere al mago opportunamente iniziato di ottenere la cosiddetta “visione beatifica”, cioè la capacità di vedere Dio e gli Angeli. L’origine di questo sigillo è certamente medievale, ma esso ha assunto un ruolo centrale nel XVI sec. con l’opera di John Dee. Il Sigillo sarebbe andato perduto subito dopo la morte dell’alchimista, avvenuta il 26 marzo 1608. L’omonimo sigillo esoterico esiste tuttora in una riproduzione. Un oggetto col medesimo nome (ma forse proprio lo stesso) appartenne a Edward Kelley ed è oggi conservato nel British Museum. Kelley sosteneva di averlo ricevuto dalle mani dell’angelo Uriel in persona e che, grazie ad esso, sia possibile comunicare con l’oltretomba. Uriel, oltre ad essere conosciuto come un angelo del Signore, a seguito della scomunica dell’arcivescovo Adalberto di Magdeburgo che lo citava nelle sue preghiere insieme ad altri nomi sospetti di angeli, fu oggetto di un’attenta inquisizione che riconobbe oltre all’esistenza dell’angelo quella di un omonimo demonio.

Dee tralascia, quindi, ogni altro interesse per dedicarsi a tale esperienza, ma è nella Monade Geroglifica che egli esprime e sintetizza tutto il suo profondo sapere e le sue straordinarie conoscenze.

La Monade Geroglifica

La Monade Geroglifica è ritenuta, a buon diritto, l’opera ermetica per eccellenza del grande scienziato che sintetizza aspetti di culture esoteriche differenti quali l’Alchimia, la Kabbalàh, l’Ars Notoria e la Filosofia Naturale. Dee tenta così di esprimere in un simbolo l’omogeneità dell’Universo e del Creatore, ogni elemento individuale essendo descritto come componente rapportato alla Monade, rappresentato come emblema Mercuriale combinato con il punto e il Crescente Binario, come vedremo durante il corso della presente esposizione.

Che rappresenti la cifra dell’assoluto o la l’emblema della pietra filosofale, il ‘geroglifico della monade’ fa di Mercurio un’immagine fondamentale : «Et haec, ita, londinensis nostro hermetis sigillo ad sempiternam hominum memoriam consignari». “E questa scelta colloca Dee all’interno di una lunga tradizione di sapienza ermetica che vede in Mercurio una grande potenza planetaria e divinità astrale, ispiratrice delle scienze esoteriche e delle arti occulte”. Così l’immagine di Hermes, nella Monade, è molto di più di una semplice suggestione ermetica, poiché risponde al carattere esoterico dell’opera, e della sua scrittura geroglifica, chiamata a trasmette una sapienza ispirata da una divinità e rivolta ai pochi che sanno ‘ascoltare il linguaggio mistico dei segni’.

Dirà a riguardo John Dee:

Sono consapevole che con queste considerazioni sto offrendo prove conclusive della verità della monade a quegli uomini di profonda inte-riorità in cui vive e si fortifica il valore igneo e l’origine celeste. Tali uomini sapranno dare ascolto al grande Democrito secondo cui il segre-to della liberazione dell’anima da ogni sofferenza consiste in una dot-trina non mitica, ma mistica approntata (…) per l’uomo di intelletto e di origine divina che sa ascoltare il linguaggio mistico dei segni.

– Cfr : Maria Assunta PICARDI, in “La Geometria come Clavis Universalis: Magia e Misticismo in John Dee”

La Monade geroglifica si articola complessivamente in 24 Teoremi, come fosse un trattato di Geometria. I Teoremi svolgono un’ermeneutica (la metodologia di interpretare fonti antiche) del simbolo della “monade” o “Sigillo di Hermes” (Fig. 6), che consiste in una vera e propria cifra dell’assoluto, costruita intorno al geroglifico astrologico del pianeta Mercurio.

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Vale a dire che i 24 Teoremi sono una spiegazione del simbolo ideato da John Dee, facendo così emergere la sapienza filosofica che esso rappresenta e che contiene. Tale sapienza si dispiega mediante l’arte cabalistica di scomposizione del “Sigillo di Hermes”, o “Geroglifico della Monade”, nei suoi elementi geometrici di base che vengono ricomposti, all’interno dell’opera, in modi sempre diversi, assumendo, con le diverse configurazioni e trasformazioni, diverse valenze simboliche.

Osservando con attenzione la struttura del “Sigillo di Hermes” si può facilmente, constatare che esso si compone di enti primitivi, o elementi semplici e figure piane della geometria euclidea: un punto al centro del cerchio, un cerchio, un semicerchio, due semirette che formano una croce, due semicerchi alla base della croce che si intersecano in un punto comune.

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Sulla croce viene rappresentato il Fuoco, Terra, Acqua, Aria, Il Sole con il punto al centro e infine in alto la Luna. Osservando più attentamente ci si accorge che quegli stessi elementi geometrici sono anche simboli astronomici.

Ad esempio, i due semicerchi alla base del geroglifico che si intersecano in un punto comune corrispondono al simbolo astronomico della costellazione dell’Ariete e rimandano all’Equinozio di Primavera che cade tra il 20 e il 21 Marzo.

Il termine Equinozio, Aequinoctium, è composto da aequus ‘uguale’ e nox, come equivalente del gr. isony ́k on per indicare che il giorno e la notte sono perfettamente uguali su tutta la superficie terrestre. In “A Translation of John Dee’s ‘Monas Hieroglyphica”, (cit.):

Arietis notamystica, ex duobus semicirculis, in communi puncto connexis constituta: Aequinoctialis nycthemerae loco aptissime assignatur. Vigenti enim & quatuor horarum tempus, Aequi-noctij modo distributum, secretissimas nostras denotat proportiones. Nostrae dico re-spectu Terrae.

Occorre però sottolineare che gli stessi simboli geometrici e astronomici che compongono il “Sigillo di Hermes” sono anche i geroglifici astrologici dei pianeti, come mostra la Fig. 8 che si riferisce al XII° Teorema.

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I geroglifici dei diversi pianeti Saturno, Giove, Mercurio, Marte e Venere sono invece costruiti utilizzando i simboli astrologici del Sole, della Luna e dei quattro elementi naturali.

Inoltre l’aspetto più interessante sta nel fatto che tutti i simboli planetari possono essere sovrapposti creando una nuova e più significativa unità simbolica che si caratterizza nella sua completa integrazione, la Monade appunto, (dal greco μονάς monàs) che significa uno, unico, singolo. Un tentativo di sintetizzare simbolicamente il Sapere Universale, fu realizzato quasi un secolo dopo anche dall’erudito gesuita Athanasius Kircher (1602 – 1680).

Eminente rappresentante dell’enciclopedismo seicentesco, i suoi eclettici interessi spaziarono dal campo degli studi linguistici alla geologia, dalla filologia all’ottica, alcollezionismo di antichità; le sue ricche raccolte di reperti di arte classica, orientale e amerindiana costituirono il fondo museale noto come Museo Kircheriano e ospitato nel Collegio Romano (1651).

Tra le sue opere occorre sinteticamente segnalare il celebre Oedipus Aegyptiacus (1652), Mundus subterraneus (1665) e China illustrata (1667). Famosi sono rimasti i suoi tentativi di interpretare i geroglifici egiziani presenti in alcuni obelischi (Obeliscus Pamphilius, 1650; Obeliscus Alexandrinus, 1666).

Sotto l’influenza dell’arte combinatoria “Lulliana” Kircher si misurò anche nel progetto di definire un metodo di conoscenza universale basato su un “nuovo alfabeto” (Ars magna Sciendi, 1669).

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Athanasius Kircher. Frontispiece, Mundus Subterraneus (1664). (Bodleian Library, University of Oxford, Douce K 148)

La Raffigurazione della Monade secondo Athanasius Kircher

Nel famoso Oedipus Aegyptiacus del 1652, la sua più importante opera sull’Egittologia, (9), troviamo la personale interpretazione della Monade Geroglifica, nel pieno rispetto delle sue fonti che erano: l’Astrologia caldeana, la Kabbalàh ebraica la Mitologia greca, la Matematica pitagorica, l’Alchimia araba e la Filologia latina.

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In basso riconosciamo il Cobra Sacro (Ureo) antichissimo simbolo della regalità, e di autorità divina che, oltre a rappresentare la veggenza mistica, rappresentava anche la Saggezza ed era raffigurato in forma eretta sulla fronte dei Faraoni, mentre all’estremità dei bracci della Croce, si trovano i quattro Elementi.

Da antichi documenti egiziani si sa che l’immagine di un cobra era geroglifico che indicava la parola Dea, e che il cobra era conosciuto come l’Occhio, Uzait, un simbolo di veggenza mistica e di saggezza. In Egitto, nome del Cobra sacro era Ureo, antichissimo simbolo della regalità, raffigurato eretto sulla fronte dei faraoni e gli dei solari Ra, Atum, di cui era considerato figlio. Veniva rappresentato nel copricapo dei faraoni per proteggerli dai possibili nemici stante le sue potenzialità benefiche.

A destra in basso distinguiamo uno Scarabeo, simbolo della Resurrezione, perché gli Egizi credevano che lo scarabeo della specie “stercorario” potesse rigenerarsi dalla palla di sterco che l’insetto fa rotolare davanti a sé. Inoltre, la palla veniva collegata con il disco solare che “rinasce” dopo la notte: il nome egizio dell’insetto, Kheperer, è infatti simile a quello del dio Khepri, il Sole, che sorge generato dalla Terra.

Proseguendo sul lato sinistro in basso l’immagine del Toro Api I (o Toro di Horus) simbolo della Creazione, sul lato destro in alto troviamo il simbolo della Luna Iah di norma associata al Dio Thot che era vista come rappresentazione del Sole morto, (11) e al suo opposto, raffigurato con il simbolo dell’Ariete, viene raffigurato il Dio del Sole, Rà.

La Luna, Iah, aveva delle caratteristiche piuttosto contraddittorie nell’Antico Egitto. Infatti c’erano dèi lunari, come Khonsu e Thot, ma non è mai stato trovato un tempio dedicato questa divinità. Tuttavia, a Tanis, c’è un’iscrizione di Ramesse II dove la Luna compare assieme a divinità di primissimo piano come Ptah, Atum, Khepri, e Ra Harakhty. Nonostante l’assenza di un culto specifico, la Luna si trova nel nome di un sovrano, Ahmose (il nato dalla Luna) e in quello di numerose regine e principesse. Il prof. Hornung nel suo “Der Eine und die Vielen. Agyptische Gottervorstellungen” edito anche in italiano dalla Salerno Editrice con il titolo “Gli dei dell’Antico Egitto”, con l’ottima traduzione della dott.sa Donatella Scaiola, la quale afferma che la luna infatti era considerata “il sole che splende di notte” e gli veniva attribuito lo stesso percorso del sole, con i babbuini che l’adoravano e gli sciacalli che la scortavano. Nello straordinario rincorrersi dei miti egizi le sue associazioni sono molteplici. Ad esempio la falce lunare poteva venire rappresentata simbolicamente dall’arma tagliente che Thot tiene in mano o da una gamba, reliquia di Osiride. Difatti le 14 parti del corpo smembrato di questo dio corrispondono ad altrettanti giorni di luna calante. Alcuni studiosi fanno risalire proprio al movimento crescente e decrescente della luna il mito della disputa tra Seth ed Horus, intesi in questo caso come i rappresentanti del buio (Seth) e della luce (Horus).

Nella circonferenza superiore, distinguiamo lo Zodiaco, e all’interno le diverse circonferenze planetarie, con al centro il Sole e la Luna.

Entrambi i “Sigilli di Hermes”, quello di John Dee e quello di Kircher, rappresentano ad una prima lettura la “perfetta sintesi del Sapere Universale”, ma nel caso di Kircher, si evidenzia una maggiore importanza grafica alle circonferenze planetarie e alle sue influenze astrologiche, mentre nello schema di John Dee, si coglie una maggiore perfezione concettuale, ampliata con letture in ambito geometrico.

Nei primi cinque Teoremi dell’opera, infatti Dee rilegge il testo biblico della Genesi in una chiave geometrica, tenendo conto di quanto avevano fatto, prima di lui, i cabalisti ebrei che avevano dato una forma simbolica e mistica alla Genesi usando le lettere dell’alfabeto ebraico. (12) L’analisi testuale evidenzia una corrispondenza tra il discorso biblico relativo alla creazione che affiora nel Cap. I della Genesi e quello della Monade di John Dee. Nella Bibbia, infatti, la Creazione si realizza secondo un ordine matematico, quello del binomio:

«In principio Dio creò i cieli e la terra»;

«Dio operò una divisione fra la luce e le tenebre»;

«e Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre notte e si fece sera e si fece mattina».

Allo stesso modo, nella Monade il binomio è regola della creazione del mondo che non emerge dal nulla, ma si produce a partire da due archetipi geometrici – la linea retta e il cerchio – che, in una prospettiva platonica, sono enti ideali che precedono in ordine di dignità e tempo, la creazione degli oggetti materiali:

Dalla linea retta e dal cerchio venne alla luce la prima produzione e la più semplice rappresentazione delle cose sia di quelle non esistenti, sia di quelle che sono nascoste sotto il velo della natura.

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Il Modello costruttivo della Monade, si basa essenzialmente sulla linea retta e sul cerchio, come viene spiegato nel Teorema XXIII : “Ad ogni punto dato in un piano, come A, per esempio, passiamo attraverso questo punto e oltre esso in entrambe le direzioni, una linea piuttosto lunga, CAR; e sulla linea CK innalziamo una perpendicolare che si estende in entrambe le direzioni, abbastanza lontano (all’infinito,comesi suol dire) per i geometri, e con la ragione, così girando la difficoltà), che il ammetteremo di essere DAE. Quindi, in AR, prendiamo un punto dove vogliamo, B, e otterremo una prima distanza AB (che sarà come la misura comune del nostro lavoro).

Prendi la tripla di questa e portala da A a C, cioè AC; quindi la distanza AB viene portata due volte a AE, quindi a AD, in modo che l’intera distanza DE sia la quadrupla di AB; poi abbiamo formato la nostra croce elementale, cioè le linee quaternarie AB, AC, AD e AE. Ora, sulla linea BK abbiamo una distanza uguale a AD e otteniamo BI. Dal punto I al centro e con IB come raggio, descriviamo un cerchio BR, che interseca la linea AK nel punto R; e dal punto R a K, una lunghezza uguale a AB, o RK, è presa a destra, e dal punto K una linea retta, di lunghezza sufficiente, formando un angolo retto su ciascun lato della linea retta AK, che sarà PFK. Da questo stesso punto K, prendi in direzione F una distanza uguale a AD, cioè KF, e dal punto K come centro, e con KF come raggio, descriviamo un FLP a

semicerchio, in modo che FKP sia il di diametro. Infine, al punto C, eleviamo sulla stessa linea AC una perpendicolare sufficientemente estesa in entrambe le direzioni, o OCQ; quindi, sulla linea CO, prendiamo dal punto C la distanza AB, che è CM, e da M come centro con

MC come raggio, descriviamo un CHO a semicerchio, il cui diametro è CMO. E similmente, su CQ, dal punto C, portiamo ancora una distanza uguale a AB, cioè CN; e dal centro N, con NC come raggio, disegniamo il semicerchio CGQ, di cui CNQ è il diametro. Affermiamo, quindi, che tutte le simmetrie richieste sono spiegate e descritte nella nostra Monade.”

Nel II° Teorema, Dee invece si concentra sull’idea della “monade”, dell’unità, una nozione matematica e ad un tempo filosofica che corrisponde all’elemento primitivo della Geometria: il punto. Come il punto è principio della Geometria e fondamento di ogni altro ente geometrico, così l”‘unità” è principio della matematica e fondamento dell’essere e della numerabilità delle cose:

“Né il cerchio può essere raffigurato senza la retta né la retta può essere raffigurata senza il punto, pertanto le cose sono e in principio cominciarono ad essere dal punto e dalla monade. E quelle cose che sono poste alla periferia del tutto in nessun modo possono sottrarsi al magistero del punto centrale.”

«At nec sine recta, circulus, nec sine puncto, recta artificiose fieripotest. Puncti proinde, monadisque ratione, res, & esse coeperunt primo: Et quæ peripheria sunt affectæ, (quantæcumque fuerint) centralis puncti nullo modo carere possuntministerio».

– Cfr, “A Translation of John Dee’s ‘Monas Hieroglyphica”, cit., 12 r:

La Monade come sintesi del percorso Rosicruciano

Si evidenzia così la complessità della cifra dell’Assoluto, ideata da Dee, che risponde a più forme di sapere – Geometria, Astronomia, Astrologia – che hanno uno stesso carattere matematico, ma un diverso sistema simbolico e codice ermeneutico. Ciò rende problematica l’esegesi del “Geroglifico della Monade’” che richiede una conoscenza profonda di tutti quei saperi e del sistema di nessi che li pone in relazione tra loro e che stabilisce un legame ad altri modi e forme della sapienza filosofica, quali appunto la Kabbalàh e l’Alchimia.

In quest’opera inoltre vi è già la tesi fondamentale dei Rosicruciani, che vede l’unità fra Creatore e il Creato, tra l’ Universo e la Natura, descrivendone simbolicamente l’analogia esoterica proprio nella Monade, emblema mercuriale combinato con il punto ed il Crescente binario. Infatti, prima ancora dell’istituzionalizzazione della Massoneria speculativa avvenuta a Londra – come si sa il 24 Giugno del 1717 – esisteva un Antica Conoscenza, conosciuta come Philosophia Perennis.

La Philosophia Perennis o Prisca Theologia, era ciò che caratterizzava l’Ermetismo Tradizionale, con successivi ed evidenti punti di contatto interdisciplinari a carattere sapienziale, culturale, filosofico e spirituale con la Massoneria delle origini, impregnata oltretutto da una forte valenza Rosicruciana.

P. Arnold scrive:

De Quincey sostiene che i Rosa-Croce utilizzavano la maggior parte dei simboli esoterici adottati dai massoni che li avrebbero presi direttamente da loro: la scala di Giacobbe, il Sole, la Luna ecc. Ma sono simboli che i Rosa-Croce, e in particolare Michel Maier, hanno adottato dagli alchimisti, che continueranno a usarli durante e dopo l’episodio della pseudo-confraternita. Era un fondo comune, una specie di patrimonio pubblico dell’esoterismo la cui adozione non prova nulla per la filiazione del movimento.

– Paul ARNOLD: “La Storia dei Rosacroce”, pagg. 47 e segg. Ed. Bompiani, 2000. Per una più ampia indagine sulle influenze dei R+C, sulla Massoneria, vedasi anche l’ottimo testo di F.YATES: “L’Illuminismo dei Rosacroce”, Ed. Einaudi, 1972.

La Monade Geroglifica di John Dee quindi, esprime in maniera esemplare la Tradizione dell’Ermetismo attraverso una “sintesi grafica” di grande eleganza compositiva, ma al tempo stesso, rappresenta il perfetto esempio di “sintesi concettuale” ideata ermeticamente volta a definire quell’antica Conoscenza che simbolicamente si ritrova in forma molto più condensata, all’interno dei Templi massonici in generale e nel rituale Rosicruciano in particolare, con sorprendenti analogie di natura sapienziale, ermetica ed alchemica al fine di pervenire alla chiave della Grande Opera Alchemica.Questo fine, secondo i Rosacroce che s’ispirarono per la loro dottrina proprio ai libri di John Dee, altro non sarebbe che l’infinito potere dell’uomo sulla natura e su  stesso. Il potere che eserciterebbe la Monade Geroglifica, se ben compresa, aprirebbe così le porte dell’Assoluto attraverso la chiave dei Misteri dell’Universo.

Un Frater della SIR+C

 

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